1924: il congresso della Federazione giovanile ebraica
Forse proprio per reagire al clima di intimidazione che si era instaurato
fu organizzato a Livorno nel 1924 il quarto congresso della
Federazione giovanile ebraica da Guido Bedarida, Guido Benzimra,
Joseph Colombo e Umberto Nahon. Al dibattito preparatorio
parteciparono i giornali «Israel» e «La Settimana Israelitica». Gli
organizzatori ottennero l’adesione di Angelo Sereni, presidente del
Consorzio delle comunità israelitiche italiane e il plauso di Felice
Ravenna.
Angelo Sullam, invece, l’altro vicepresidente, manifestò tutte le
proprie perplessità sull’iniziativa e scrisse:
... io temo fortemente che il Congresso di Livorno possa divenire
un’adunanza le cui manifestazioni sono improntate a quel
nazionalismo ebraico che non è certo sentito dalla maggioranza degli
ebrei italiani; ma che è disgraziatamente predicato da una minoranza
rumorosa e dannosa.
Io non conosco né i componenti del Comitato di Livorno ... né
conosco esattamente il programma del Congresso perché non ho tempo
per leggere l'Israel ma quali si siano quelli e questo temo, perché
l’andazzo dei tempi è questo, che vi sia in ogni caso il pericolo cui
accennai più sopra.
E perciò, pur non opponendomi a che Ella entri a far parte del
Comitato d’onore, vorrei che chiarissimamente fosse detto che la Sua
presenza non significa alcuna responsabilità della Presidenza del
Consorzio per il Programma del Congresso e per tutto quello che in
esso potrà essere detto.
Quanto all’adesione io probabilmente manderò anche la mia, pur
dichiarando che non ho fiducia nei risultati pratici di queste adunanze,
dove si grida assai ma generalmente poco di buono si propone...
Al congresso parteciparono Joseph Colombo, Dante Lattes, Alfonso
Pacifici, Enzo Sereni e Nello Rosselli, il cui intervento suscitò grande
attenzione e lasciò un segno profondo. Rosselli negò di essere sionista
ed ebreo integrale:
Io - in quanto ho sete di religiosità - sono ebreo. Ma tutti gli altri
problemi della vita mi si presentano ad uno ad uno, con una intensità e,
vorrei dire, una angosciosità pari a quella con la quale mi si presenta
oggi il problema religioso, assolutamente dissociati dall’ebraismo. Il
problema ebraico non è, o io non lo sento, come il problema
fondamentale unico della mia vita
... io intendo per ebraismo una
concezione religiosa della vita. Per me, la questione nazionale che
molti di voi sentono intimamente legata con l’ebraismo non ha con
questo alcuna connessione ... Ma, voi direte. Allora, in che ti senti
ebreo? Cos’è questo ebraismo cui tieni così gelosamente?
Mi dico ebreo, tengo al mio ebraismo perché (e anche qui adombro
di volata quanto meriterebbe una lunghissima sosta) perché è
indistruttibile in me la coscienza monoteistica che forse nessun’altra
religione ha espresso con tanta nettezza - perché ho vivissimo il senso
della mia responsabilità personale e quindi della mia ingiudicabilità da
altri che dalla mia coscienza, da Dio - perché mi ripugna ogni pur
larvata forma di idolatria - perché considero con ebraica severità il
compito della nostra vita terrena, e con ebraica serenità il mistero
dell' oltre tomba - perché amo tutti gli uomini come in Israele si
comanda di amare, come anzi in Israele non si può non amare - e ho
quindi quella concezione sociale che mi pare discenda dalle nostre
migliori tradizioni - perché ho quel senso religioso della famiglia che,
a chi ci guarda dal di fuori, appare veramente come una fondamentale e
granitica caratteristica della società ebraica.
Sono dunque - credo - ebreo; posso dirmi ebreo. ...
La pena del nostro ebraismo ci sia spinta a cercare la via. Quella
pena che ieri Pacifici ci ha comunicata, quella angoscia che ci ha presi
tutti ieri, quel tormento continuo, quel non trovar pace nel luogo e nel
tempo, non è caratteristica di pochi spiriti esaltati - è di tutti quelli che
sentono l’ebraismo, è la pena non dell’attimo d’esaltazione, ma di tutti
i momenti e di tutte le ore - è la nostra umiliazione, la nostra
grandezza.
Gli ebrei integralisti trovano la loro pace o cercano la loro pace in
Sion. E anche noi e anch’io, devo trovar la mia pace, la serenità della
mia vita. Essa non può trovarsi che dove sono le fondamenta della mia
individualità: nell’ebraismo e nella italianità.
O amici, a voi parrà piccola cosa il mio ebraismo... Ma io voglio
dirvi francamente... che la trovo più grande - o meno meschina - di
quella di molti altri ebrei ... che, pur frequentando il tempio e
compiendo letteralmente ogni prescrizione della Legge, non hanno
questo senso vivo e vivace dell’ebraismo, non hanno come io ho questa
felicità, sia pure nella pena, dell’ebraismo e in fondo... lo considerano
come un qualche cosa che non deve uscire, per carità, dalle quattro
mura della loro casa e del loro tempio quasi come un panno sporco da
lavarsi in famiglia.
Basta con questo ebraismo clandestino, vivifichiamolo, facciamolo
sventolare come una bandiera al sole.
E concluse:
E allora l’ebreo, quell’ebreo che sarà rimasto a viver la sua vita nel
paese natale, nel suo paese di ieri, e non di ieri l’altro, certo nel suo
paese d’oggi e di domani, rivivrà tutta la sua religione ... non cercherà
di perderla, di nasconderla, ma anzi di diffonderla, di parlarne con tutti,
di esaltarla con tutti - perché il vero è incontenibile e chi sente di
possedere il vero non resiste al prepotente istinto di donarlo a quanti lo
avvicinano...
..Nello pur non essendo osservante era attaccato alle tradizioni, della sua stirpe sempre però in polemica con sionisti integrali.
Anch'io devo trovare la mia pace, la serenità della mia vita, essa non può trovarsi che dove sono le fondamenta della mia individualità nell'ebraismo e nella italianità.
Nello Rosselli congresso giovanile ebraico - 3 novembre - 1924
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